Suoni

Come farò a proteggerti che nemmeno ti conosco?

Tu che ridi forte e solo

d’incontrarti per davvero non ne avevamo voglia

non per quei tuoi denti suonati via dal tempo

che t’ha stonato un po’

forse  quel tuo dire a voce urlata a nessuno che risponde

ci spaventava nel timore che parlassi a noi

-suono la tromba, io- dicevi a voce alta

Qualcuno ti ha applaudito mai?

Sì, forse non l’hai capito li per lì.

Quel bisogno fondo, d’applausi a scena aperta

ce lo portiamo dentro, anche in tram

e tu col tuo coraggio matto

l’hai mostrato a noi

che imbarazzati scappavamo lesti

senza una replica, senza un inchino

spettacolari pure nell’andar via.

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cose

Quel lento rivalersi delle cose sulla vita
quieto, senza pretese
ora è più vero.
Sento le forme che si son fatte fare
come già sapessero dove andarsi a posare.
Vedo in tutte, il cuore
che sostiene l’aspettare l’uso a cui sono destinate
le assomiglia a me questo
e loro che lo sanno meglio
mi stringono quando le sfioro
entrandomi e uscendomi con fermezza dai pensieri
e insistono, svariate come paiono
a rimanermi accanto.
Grazie di tanto perdurare.

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Pianti

Ci siamo pianti tanto,

se l’avvessi saputo in tempo, anima mia

avrei deciso meglio il tempo e il luogo

piangersi insieme avrebbe consolato un po’ la vita

che non sapeva proprio come fare

a unire due malinconie così somiglianti.

Io l’ho intuito dal turchese del tramonto

e da quel viola che lo tirava via,

ma ancora non sapevo che piangevi

e consolarti sarebbe stato vano.

Ti piangerò un’altra volta ancora

tu stai attento e al primo accenno di singhiozzo

pensami forte, mi riconoscerai.

nessunastrada!

Passati

 

Dormiva, ogni notte con gli occhi stretti in pugno
per non vedere dentro quell’oscurità
fatta di urla e di rumori ciechi.
Lei bambina, con le lenzuola sulla testa
pregava muta la sua cantilena
da dire all’infinito, per l’infinito,
-vi guarirò- diceva
regalando al Dio dell’ incompletezza le sue paure
-vi guarirò,se soltanto non mi lascerò dormire-
Salutava il giorno che veniva come una guarigione
e lo indossava uscendo da quel sogno duro
voleva buttar via quel suo pigiama greve
invece lo rassicurava e abbottonava
il bottone lasso sopra il cuore
poi indossava lesta il suo sorriso pieno di speranza
così splendente da illuminar la stanza
usciva piano in punta di vita
perchè il ricordo, finalmente s’era addormentato.

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Dolce

E ogni tanto si levava un coro
“come sei dolce” cantava
e lei ricoperta di formiche dalla testa ai piedi
non ci trovava nulla da gioire
ma praticava la temperanza esasperata
restando ferma come un’aborigena pedemontana
poi si diceva con veemenza che non era donna da deserto
si sciacquava e un po’ irrigava quell’aridità di circostanze
quando l’acqua ritornava ad asciugarsi
indossava quella collana con su scritto
“non sono dolce, paio”
e si salvava
e si salava.

Complimenti

E quelle ferite, come le hai guarite?
Acqua con sale quattro volte al giorno
e se bruciava (come bruciava)
poi gli soffiavo sopra
con quel fiato che mi riempie tutta.
Poi sono venute delle croste dure
le ho ammorbidite con miele di montagna
quello con il ricordo dentro delle vette
dove non scala mai nessuno.
Ora forse si vede ancora un poco il segno
ma sto aspettando che cada sù un fiore di tiglio
col suo profumo saprà toglier quel segno.

Balconi

Ci stringevamo vicini vicini sul balcone dei lamenti
(piano terra, senza ascensore)
dopo aver scosso la tovaglia della cena
ci lagnavamo piano guardandoci negli occhi
la sera finiva, come d’abitudine
noi ce ne lamentavamo invece di dispiacercene
poi chiudevamo la portafinestra in coro
perchè non fosse solo uno di noi due
a rinunciare al giorno.
L’indomani sarebbe venuto, probabilmente
noi senza dircelo ci speravamo
e sognavamo insieme questo sogno
e se funzionava, al mattino
correvamo fuori sul balcone dei lamenti
(piano terra senza ascensore)
e guardavamo il rosmarino che cresceva,
malgrado noi.

Primavere

Primavere
Ci sono le ginestre con i loro giavanzali
viole profumate di musica suonata
magnolie che non c’è verso di sfamare
primule che non sopportano d’arrivare seconde
non ti scordardime come monito alla distrazione
giacinti con le loro cinture masse di già
bocche di leone con la loro ferocia gialla
mughertti con quel loro vivere in esilio
e orchidee terribili commistioni di mostri e divinità.
Poi li chiamiamo fiori, che coraggio.

Nadia

60x55 cinque

Preghierina di prima mattina

 

Angelo delle cose inutili
proteggi sempre quel loro non esser adatte
veglia su quell’abbandono polveroso
fa che quell’esser fuori misura
sia una protezione dalla distrazione
nascondile con cura dal lavorio frenetico, efficiente
trova loro un posto dove possano riposarsi
al riparo dalla precisione
Donagli un cassetto della festa
sempre aperto, capiente
lasciale lì a non fare proprio niente
cullale un poco senza ragione
solo per il gusto della consolazione.

Nadia

L'Albero della Vita 168